Il coronavirus nella culla del neoliberismo – Analisi di contesto a cura dell’assemblea anarchica del Bio-bío

L’Assemblea Anarchica del Bio-bío ha pubblicato un documento di analisi di contesto intitolato: «Il coronavirus nella culla del neoliberismo». Per leggere il PDF fare clic sull’immagine seguente:

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IL CORONAVIRUS NELLA CULLA DEL NEOLIBERALISMO

Analisi del contesto dell’assemblea anarchica del Bio-bío

Nel territorio cileno si vivono tempi agitati. A partire dalla rivolta popolare iniziata in ottobre – con la repressione, le torture, le mutilazioni e le morti come risposta statale – fino all’arrivo del coronavirus sono stati mesi frenetici. Se a questo aggiungiamo l’esperienza recente del terremoto nel 2010, oltre alle rivolte studentesche nel 2011 e quelle degli anni successivi, abbiamo come risultato un decennio segnato da grandi interruzioni del normale funzionamento del sistema capitalista.

Azione e reazione

Tra i quattro eventi qui menzionati, il comune denominatore è il tipo di risposta sociale e politica che si è prodotta, sia per quel che riguarda l’azione popolare, sia la reazione nelle sfere del potere. Il terremoto nella regione del Bío-Bío ha colpito edifici e case, per diversi giorni non c’è stata acqua corrente né energia elettrica, e si si sono interrotti i trasporti e la distribuzione degli alimenti. La reazione naturale di sopravvivenza nei giorni seguenti al terremoto è stata il saccheggio delle grandi catene di supermercati e negozi al dettaglio, ma accanto a questo ci sono state anche forti esperienze di solidarietà e di coordinamento spontaneo nei diversi quartieri. La prima reazione dello Stato è stata la militarizzazione delle strade e l’imposizione del coprifuoco, misure pensate a difesa delle grandi imprese, mentre ha tardato giorni nel disporre altre misure che costituissero un aiuto concreto alle migliaia di persone colpite dal terremoto e dallo tsunami. La stessa cosa è accaduta nel contesto sociale, sempre più politicizzato, della rivolta popolare a partire da ottobre 2019, dove la risposta è stata di nuovo la militarizzazione che ha portato come conseguenza la morte e la repressione brutale.

Con l’arrivo della pandemia tutto ciò che si è imparato nei cinque mesi di rivolta e negli anni precedenti ha permesso – oltre al rafforzarsi dell’organizzazione popolare – che la popolazione agisse rapidamente di fronte al coronavirus, abbandonando le piazze come misura di prevenzione, sospendendo le manifestazioni di massa, e denunciando il governo che non ha interrotto le attività economiche e non si è occupato dell’emergenza sanitaria e sociale in arrivo. Davanti a questa situazione, di nuovo, la reazione del potere è stata la militarizzazione.

Il virus del capitale

L’espansione globale del coronavirus è giunta in un’epoca di grandi rivolte non solo in Cile ma a livello internazionale, in un’era segnata dalla crisi climatica, dalle interminabili guerre e manovre politiche per il petrolio e il suo prezzo, dal rallentare del capitalismo a livello mondiale nell’ultimo decennio, dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, dalle costanti minacce degli USA e del loro bastione saudita al regime iraniano, così come dalle sue guerre sussidiarie, dall’interminabile telenovela nucleare delle relazioni tra Corea del Nord e Occidente, e dalla crisi umanitaria delle persone in cerca di asilo sulla frontiera greco-turca, così come in tutto il bacino del Mediterraneo.

Su questo scenario si appoggiano le rivolte popolari del 2019 da Haití alla Francia, da Malta all’India, dal Libano a Hong Kong e in Sudamerica con Ecuador, Cile e Colombia, tutto questo in un contesto di ascesa di una nuova destra nel continente americano, come è accaduto in Brasile, Bolivia e Uruguay.

In questo complesso panorama mondiale, l’arrivo del coronavirus e le migliaia di morti che si contano in tutto il mondo hanno lasciato spazio a teorie cospirative sulla sua origine, da un piano di riduzione della popolazione mondiale da parte dei gruppi di potere, fino agli attacchi biochimici degli Stati Uniti contro la Cina. Anche se l’industria del cinema ci ha mostrato molte di queste teorie registrandole nella nostra memoria collettiva – il che non rende assurdo che siano reali – la spiegazione più accettata e comune indica l’origine animale del virus e il successivo contagio agli esseri umani (zoonosis). Questa situazione è determinata anche – ed è strettamente legata – alla dinamica del capitalismo e alla sua azione devastatrice sulla natura, poiché il focolaio del virus nei mercati di Wuhan in Cina si relaziona al commercio di animali selvatici provenienti da zone incontaminate sempre più distanti, che si raggiungono con la deforestazione e prevedono lo sfruttamento di territori selvatici per la coltivazione e l’allevamento. Il virus è dunque capace di mutare a un ritmo che non conosciamo e per il quale il nostro sistema immunitario non è preparato. A questo dobbiamo aggiungere l’allevamento intensivo e l’uso di prodotti agro-tossici e antibiotici che alterano il sistema immunitario degli animali, il sovraffollamento degli animali nei mercati, tenuti in gabbie dove defecano uno sull’altro e vengono alimentati male. Tutte queste condizioni insieme risultano favorevoli per lo sviluppo di un virus o per il passaggio di un virus da un animale a un altro e infine all’umano, come è già successo con la febbre aviaria (SARS CoV) nel 2002 o con la febbre porcina A(H1N1) del 2009-2010.

Il mondo ha avuto bisogno di una pandemia per fermarsi a pensare in che modo ci relazioniamo e come la devastazione ambientale del capitalismo genera l’apparizione di virus che colpiscono tutti e tutte. Ma l’umanità, divisa dal capitalismo e dagli Stati, in piena guerra commerciale, tra gli interessi contrastanti delle grandi potenze e l’inizio di un nuovo ciclo di lotte a livello globale, non risponde come richiede la situazione. La connessione mondiale propria della globalizzazione e dei flussi commerciali fa sì che i virus siano una minaccia costante per tutti i paesi. Indipendentemente dalla loro posizione privilegiata, i paesi del primo mondo si vedono vulnerabili davanti allo scoppio del virus nei paesi del terzo mondo, con i loro precari sistemi sanitari. La propagazione della pandemia rivela le brecce pre-esistenti nel modello economico globale.

Lo shock

Dopo settimane di negazione delle conseguenze reali del virus da parte dei leader mondiali, la minaccia sui mercati li ha messi in allerta. L’effetto economico immediato che ha generato il coronavirus è stato la parziale paralizzazione della produzione, che a sua volta ha ridotto l’inquinamento e ha permesso il ritorno della fauna selvatica nelle città.

A questo si aggiunge la riduzione degli incidenti sul lavoro, delle morti per inquinamento e della devastazione ambientale, mentre il virus ci ha obbligato a riaccomodare il quotidiano, lasciando da parte tutto ciò che nella vita capitalista sembrava falsamente indispensabile, per resistere al virus.

Ma i disastri sono opportunità per il capitale. In nessun paese del mondo i governi hanno interrotto del tutto le attività economiche, ed è risultato più importante il funzionamento di imprese non essenziali rispetto alla vita umana. In Francia si sono perfino svolte le elezioni comunali in piena pandemia e la Federal Reserve degli USA ha ridotto i tassi di interesse per contenere gli impatti sul mercato invece di investire sugli strumenti necessari per contrastare l’estendersi del virus.

La protezione degli interessi dei capitali nazionali ha prevalso nonostante la globalizzazione e la connessione dei mercati. Il discorso dell’unità nazionale contro una pandemia che non distingue tra classi sociali, sventolato da ogni Stato, nasconde la divisione in classi interna e la rilevanza fondamentale del lavoro nella macchina capitalista. In questo senso, la classe lavoratrice è quella che soffre il maggior impatto della pandemia, vittima di politiche neoliberali che hanno precarizzato i sistemi di salute pubblici per anni a beneficio della sanità privata, facendo della salute un bene di consumo, invece che un diritto. Gli effetti più nocivi della pandemia sulle classi popolari si evidenziano con le rivolte nelle carceri di diversi paesi o nei decreti di quarantena in cui la borghesia ha potuto proteggersi chiudendosi in casa, mentre la classe lavoratrice si è esposta a causa della necessità di vendere la sua forza lavoro, senza alcun tipo di protezione, come sempre nell’impiego precario o quello informale.

In una società con classi sociali antagoniste e una chiara divisione internazionale del lavoro, gli sforzi sul piano della salute fatti dagli Stati e dagli organismi internazionali non si devono a un umanitarismo spontaneo né genuino, ma piuttosto al controllo bio-politico proprio di un inventario globale in cui gli esseri umani, in quando prodotti-produttori, devono essere igienizzati e controllati. Gli Stati hanno risposto con la militarizzazione, il coprifuoco e le restrizioni negli spostamenti, misure che scandalizzano in Europa, mentre in Latinoamerica sono parte della storia recente e in Cile, dalla rivolta di ottobre, sono ormai parte della quotidianità. La chiusura delle frontiere, il panico diffuso dalla stampa e la creazione di un nuovo nemico incarnato dal virus sono terreno fertile per atteggiamenti razzisti, mentre si approfitta dello shock per l’implementazione di misure militariste sulla popolazione, oltre all’attuazione di politiche pubbliche che acuiscono le divisioni di classe e favoriscono l’accumulazione del capitale mediante il salvataggio di banche e grandi imprese, l’iniezione di liquidità nei mercati e l’aumento del debito affinché la macchina capitalista continui a funzionare.

Il coronavirus nella culla nel neoliberalismo

In America Latina il virus si è esteso con più forza nei paesi con presidenti di destra e marcata tendenza neoliberale, come Brasile, Cile ed Ecuador. Questi paesi figurano nella top 4 della lista dei contagi e i primi due si distinguono per le dichiarazioni di Bolsonaro e Piñera durante i primi giorni dopo l’arrivo del virus, in cui gli davano poca rilevanza e ne minimizzavano gli effetti.

Come c’era da aspettarsi, questi governi non hanno fermato le attività economiche né hanno decretato la quarantena nei loro paesi, la risposta è stata la militarizzazione con il coprifuoco notturno in Cile e parziale in Ecuador, come se il virus avesse un orario di lavoro. Nel caso cileno, le conseguenze del coronavirus hanno cominciato a sentirsi già prima che arrivasse la prima persona contagiata, poiché la Cina è il primo acquirente del rame e dei prodotti agricoli della “nostra” economia estrattivista, pertanto la recessione del gigante asiatico era già stata annunciata dal prezzo del rame, il rialzo del dollaro, la svalutazione del peso cileno, la riduzione degli ingressi fiscali e dei salari, oltre ai primi licenziamenti in diversi settori.

Già con l’annuncio dei primi casi di coronavirus le misure sanitarie di contenimento sono servite per sviare dal dibattito pubblico il movimento di proteste e assemblee cominciato ad ottobre contro la precarizzazione della vita, che nonostante abbia vissuto un riflusso durante l’estate, era tornato con forza a marzo ed ha prodotto le manifestazioni dell’8 marzo come ultimo grande momento di piazza.

Il criticato governo di Piñera ha provato a trovare nella crisi sanitaria un sollievo alla crisi politica. Le misure repressive, la violazione dei diritti umani e la mancanza di risposte alle rivendicazioni popolari che hanno dato inizio alla rivolta, avevano portato Piñera al 6% di approvazione nei sondaggi, il più basso che un presidente abbia mai avuto nella storia del Cile.

Le proteste sono state sospese dalle stesse organizzazioni convocanti e il plebiscito previsto per aprile per approvare o rifiutare la nuova Costituzione, che era nato come risposta del potere per contenere la rivolta, è stato rinviato a ottobre dal parlamento. La prima azione del governo davanti allo shock è stata cercare di cancellare le parole d’ordine scritte sui muri della Piazza Dignità, epicentro delle proteste a Santiago. Davanti al clima di panico, il governo ha tentato di approfittare dell’opportunità per lavare la propria immagine e mostrarsi come la salvezza dalla pandemia. Però la sua natura imprenditoriale, insieme a un sistema di salute pubblica profondamente precarizzato dall’esperimento neoliberale iniziato in dittatura da Pinochet, insieme alla cattiva gestione delle misure volte a contenere la propagazione del virus, sono tornate a mettere in discussione il governo e le pentole hanno ricominciato a suonare in segno di protesta, anche se questa volta dai balconi.

A fine marzo un noto sondaggio pubblico ha indicato che la cittadinanza qualificava l’operato del governo di fronte alla crisi con il voto 3,6 (su una scala da 1 a 7). La disapprovazione si deve al carente sforzo del governo nel contenere i contagi nei primi giorni della pandemia, che è iniziata con il rilevamento di persone positive al virus nei quartieri alti della capitale, provenienti da paesi europei dove si registravano già migliaia di casi. Questo settore benestante si è occupato di propagare il virus a Santiago e quando sono state sospese le lezioni nelle scuole e sono stati paralizzati alcuni servizi ha deciso di uscire da Santiago per fare delle “vacanze pandemiche” spostandosi verso le seconde case sulla costa, dove è stato ricevuto dalle comunità con barricate che cercavano di proibirgli l’accesso a causa del rischio di contagio. Davanti all’assenza di misure restrittive nei quartieri che hanno dato inizio ai contagi, è stata l’organizzazione comunitaria a cercare risposte. In parallelo, è iniziato il bombardamento mediatico con gli appelli a prendersi cura di sé e degli altri, a mantenere la distanza sociale e lavarsi le mani per evitare il contagio. Però in realtà il governo non ha decretato la quarantena per non colpire le imprese, perciò è continuato l’affollamento sui trasporti pubblici e con esso la propagazione del virus. D’altra parte l’appello a lavarsi le mani con frequenza trovava migliaia di persone senza accesso all’acqua, a causa della siccità e della privatizzazione dell’acqua, processo regolamentato e avviato in dittatura.

Con il correre dei giorni e quando già i contagi si contavano a migliaia, Piñera tentava di calmare gli animi dichiarando che “siamo preparati meglio dell’Italia” e assicurando che erano stati addirittura comprati respiratori artificiali a gennaio, cosa che è stata smentita giorni dopo da un altro rappresentante del governo, che ha segnalato che l’acquisto era stato fatto a marzo. La pretesa “preparazione” del governo di fronte alla pandemia contrasta con un sistema di salute pubblica precarizzato, saturo, senza strumenti sufficienti e con la triste cifra di 26mila pazienti all’anno deceduti per mancanza di cure adeguate. La situazione si fa preoccupante con l’aumento quotidiano di casi di contagio tra il personale della sanità, che ha protestato e denunciato la mancanza di strumenti di protezione.

Il braccio destro di Piñera in questa campagna, il ministro della salute Jaime Mañalich, non brilla a sua volta per le dichiarazioni rilasciate né per il suo curriculum. Nel 2015 è stato espulso dal Collegio Medico per infrazione dell’etica professionale, dovuta allo scandalo esploso nel 2013, quando occupava lo stesso ministero durante il primo governo di Piñera. Un’inchiesta rilevò che il 44% delle liste d’attesa del sistema pubblico erano state semplicemente cancellate e circa 30mila persone erano rimaste senza assistenza medica. Durante la crisi attuale gli errori del ministero sono cominciati prima dell’arrivo del coronavirus, com’è successo per esempio con la vaccinazione contro l’influenza e le carenze logistiche che hanno ritardato la sua somministrazione in diverse città, producendo assembramenti nei centri di salute ed esponendo le persone al contagio. Questa situazione ha acceso l’allarme sulla reale capacità di contenimento del virus che sarà effettivamente messa in atto nelle settimane successive e la quantità di contagi previsti. Per rispondere debitamente alla situazione, tra le raccomandazioni c’è il rapido rilevamento dei contagi, ma in Cile si fanno pochi test al giorno e i risultati tardano 72 ore o di più. Inoltre, la poca trasparenza dello Stato rispetto ai dati reali del contagio ha reso difficile il tracciamento e il contenimento della propagazione.

Capitalismo dei disastri

L’autrice Naomi Klein descrive il “capitalismo dei disastri” come la forma in cui le industrie private sorgono per trarre beneficio direttamente dalle crisi su grande scala. Con l’arrivo del coronavirus in Cile, l’opportunità di profitto che si è aperta, insieme alla deregolamentazione neoliberale del mercato della sanità, hanno fatto sì che nei primi giorni della pandemia si alzassero enormemente i prezzi dei prodotti igienici come l’alcol e delle mascherine nelle farmacie. La stessa cosa è successa con il test del coronavirus, che è giunto a costare quasi 150mila pesos nelle cliniche private e 80mila negli ospedali pubblici per chi non aveva la previdenza sociale, come il settore del lavoro autonomo. Anche se per chi ha accesso all’assistenza medica il prezzo è inferiore, e in alcuni casi è gratuito, il governo è dovuto intervenire di fronte alle proteste a regolamentare il prezzo degli esami per il sistema pubblico e privato. Qualcosa di simile è successo con l’annuncio dell’aumento del prezzo dei piani assicurativi privati, che ha generato un grande malcontento e che ha obbligato il governo a rinviare gli aumenti per tre mesi.

Un’altra polemica sui sovrapprezzi in piena pandemia è stata l’acquisto di ventilatori meccanici, che si usano per pazienti in gravi condizioni a causa del virus. Il governo ha acquistato 23 ventilatori meccanici per 644 milioni di pesos, quando lo stesso venditore nel 2018 offriva lo stesso modello a 10 milioni in meno ciascuno. Da parte del governo hanno giustificato l’accordo argomentando che l’impresa possedeva uno stock, dunque garantiva la consegna immediata. Lo stesso è avvenuto a fine marzo con lo Spazio Riesco, un centro di eventi di Santiago che il governo ha affittato a 20 milioni mensili, installando circa 700 letti per far fronte alla pandemia e che ha fatto scandalo perché si sarebbero potuti abilitare altri spazi a minor costo.

Questi episodi hanno scatenato polemiche perché nello “Stato d’Eccezione Costituzionale di Catastrofe” che ha dichiarato Piñera dal 18 marzo, il governo potrebbe stabilire i prezzi dei prodotti essenziali, espropriare la proprietà privata e perfino nazionalizzare alcune imprese. Anche l’uso di risorse fiscali per far fronte alla pandemia è stato al centro di ampi dibattiti. La discussione è stata alimentata dall’intenzione di certi municipi di comprare il farmaco Interferon Alfa 2B elaborato a Cuba che, sebbene non sia una soluzione definitiva, è una proteina che agisce a livello cellulare interferendo con la moltiplicazione del virus e, secondo i suoi sostenitori, è stata usata con successo in Cina e in Spagna per trattare casi gravi di Covid-19. L’acquisto in grandi quantità di Interferon Alfa 2B è stato scartato dal governo, nello stesso momento in cui il clima del dibattito veniva alimentato dalla notizia della decisione della Spagna di nazionalizzare gli ospedali privati per affrontare la crisi sanitaria. Misura impensabile nel Cile neoliberale, dove Piñera ha negato nettamente la possibilità di nazionalizzare gli ospedali privati, i quali, una volta che la pandemia arriverà al suo picco di contagio, saranno affittati dallo Stato per contenere la saturazione del sistema pubblico e che pertanto finirà per pagare tutta la popolazione.

Di fronte a questa polemica, Piñera ha dichiarato: “Non usiamo una crisi sanitaria delle dimensioni del coronavirus per cercare di imporre ideologie” come se la privatizzazione e il liberalismo estremo non fossero un tema politico e ideologico. Da parte sua, il comportamento sociale incubato nella cultura del profitto e nella priorità del benessere individuale sul collettivo hanno portato diverse persone a comprare più di quel che necessitavano e perfino a rivendere prodotti come alcol e mascherine a un prezzo maggiorato sul mercato nero e via internet, così come hanno fatto impunemente le farmacie. L’uso delle facoltà e delle risorse fiscali durante la pandemia è tornato a concentrare il dibattito sulla natura neoliberale del sistema cileno, dove il comportamento governativo-imprenditoriale e i limiti del pubblico rispetto al privato nella culla del neoliberalismo sono determinati a favorire gli affari rispetto al bene comune, perfino (e soprattutto) in piena pandemia.

Scioperi pandemici

Di fronte all’espandersi del virus in Cile, sono state le comunità e la società civile a prendere le misure di prevenzione necessarie e a fare pressione sul governo affinché ne limitasse l’espansione. Dopo il primo caso rilevato il 3 marzo e il rapido aumento dei contagi ogni giorno, le comunità educative sono state le prime a chiedere la chiusura delle scuole, decisione che è stata rinviata dal ministero nonostante le pressioni dei sindaci. Il governo ha ceduto il 15 marzo e sono state interrotte le lezioni, ma in molti casi i lavoratori e le lavoratrici hanno mantenuto l’obbligo di presentarsi a scuola.

Questa situazione si è ripetuta anche in diverse aziende, con manifestazioni e scioperi spontanei che chiedevano la sospensione delle attività e l’implementazione delle misure di protezione sui trasporti pubblici. Il governo ha risposto con azioni insufficienti, come la chiusura delle imprese un paio d’ore prima del normale. Le continue manifestazioni hanno raggiunto il culmine con le proteste e i cacerolazos dei lavoratori e delle lavoratrici dei grandi centri commerciali, che dopo diversi giorni di mobilitazione hanno ottenuto la chiusura definitiva.

Nella provincia di Arauco, regione del Bío-Bío, le proteste sono state di massa, così come i blocchi stradali del personale impiegato nelle costruzioni degli impianti forestali MAPA, dove lavorano 8mila e 200 persone, che dopo giorni di proteste sono riuscite a fermare la produzione. Sono stati simili le chiusure a Cañete e Tirúa.

Le (in)azioni del governo

La risposta del governo è stata il coprifuoco notturno a carico di carabinieri e militari, che ha fatto la sua prima vittima a Santiago con una persona colpita da un proiettile della polizia il 26 marzo. L’uniformato ha invocato la legittima difesa ma ci sono prove video che smentiscono questa versione. D’altra parte, nel pieno del discredito delle forze dell’ordine per le loro azioni durante la repressione della rivolta, due dei generali designati a dirigere il coprifuoco figurano nei casi di corruzione milionari che sono stati svelati un paio d’anni fa nell’esercito.

Nelle strade si osserva meno movimento, ma la maggior parte delle attività economiche continuano a funzionare. Si vive una specie di quarantena parziale, che si applica pienamente solo in alcune zonedella capitale e in un paio di città nel resto del paese. Questo comportamento imprenditoriale da parte del governo si è espresso anche nel caso delle licenze mediche dal lavoro, poiché il 18 marzo una decisione del Ministero della Salute ha indicato che si sarebbero pagate licenze solo alle persone che risultavano positive all’esame del coronavirus, escludendo chi vi era stato a stretto contatto. Poco tempo dopo, a causa delle proteste generalizzate, la misura del governo è stata deposta e le licenze sono state estese. Inoltre, hanno generato un forte scandalo i casi in cui la popolazione si è vista forzata ad affollamenti innecessari ed evitabili. Come già riportato sopra in relazione agli errori nelle vaccinazioni per l’influenza e agli assembramenti che hanno provocato, l’inizio della quarantena in sette municipi della capitale ha attivato il meccanismo dei permessi temporanei per circolare in strada dal 26 marzo. Questi permessi si ottenevano attraverso una pagina web del governo che richiedeva di registrarsi; il sito si è saturato rapidamente e ha obbligato migliaia di persone a lunghe file negli uffici governativi. Con la gente assembrata e in attesa agli sportelli, il presidente ha annunciato in diretta televisiva che registrarsi non era più necessario e che il permesso si sarebbe rilasciato con il solo documento d’identità. L’indignazione è stata enorme, così come è successo con gli affollamenti negli edifici municipali il 31 marzo, data in cui scadeva il tempo per pagare i permessi di circolazione dei veicoli. Nonostante il parlamento avesse promulgato una legge che estendeva la data di scadenza, nella pratica ha lasciato che la proroga fosse soggetta a interessi. La situazione ha riunito migliaia di persone davanti agli uffici e l’indignazione ha obbligato il governo e il parlamento a ritirare la misura.

A questi episodi bisogna aggiungere gli assembramenti agli sportelli dell’ente che gestisce le liquidazioni, che oltre a dare la misura dell’aumento massiccio dei licenziamenti evidenzia la poca lungimiranza del governo nell’abilitare i sistemi informatici di consultazione, che si saturano facilmente e alimentano gli assembramenti.

Nonostante le raccomandazioni del Collegio Medico, il governo è reticente a dichiarare la quarantena totale come hanno fatto in Argentina o in Perù quando avevano perfino meno casi di contagio rispetto al Cile. D’altra parte, diversi municipi hanno decretato quarantene preventive improvvisate, che il governo centrale ha rifiutato denunciando che non hanno le facoltà legali per farlo, e che sono state respinte dai comandi militari a capo dei governi regionali impegnati a mantenere la “normalità”, rendendo palese ancora una volta a quali poteri rispondono.

Lo Stato come istituzione capitalista non produrrà una distribuzione della ricchezza che permetta una quarantena effettiva. Nella culla del neoliberalismo, lo Stato sussidiario consegna al mercato la decisione di proteggere la vita o continuare con l’accumulazione del capitale. Il governo e i mezzi di comunicazione bombardano con i richiami a non uscire dalle case, alla responsabilità individuale, ma questo tipo di quarantena volontaria non è possibile per la totalità della popolazione e sono molte le persone che escono a lavorare. Inoltre, che sia volontaria o totale, una quarantena che non sia accompagnata da una massiccia somministrazione di test significa contagiare la gente sana e impedisce il tracciamento dei contagi, questione di cui il governo non sembra interessato a occuparsi.

Il virus “buona persona”

Nella cruda realtà del mercato del lavoro in Cile, per la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici sarebbe difficile mettersi in quarantena volontaria senza ricevere un ingresso diretto, soprattutto se consideriamo il grande diffusione del lavoro precarizzato dove non c’è un contratto di lavoro né la liquidazione. Inoltre solo una piccola parte può lavorare a distanza, via internet, mentre il resto è costretto a uscire in strada ed esporsi. Dobbiamo aspettare che il virus si converta in una “buona persona”, come dice Mañalich, mentre si invita al confinamento nelle case che, a causa della struttura patriarcale della società, creano uno scenario di crescita dei casi di violenza di genere, come indica l’aumento del 70% delle chiamate al telefono 1455 di Orientamento alla Violenza Contro le Donne. Altrettanto preoccupante è la situazione nelle sedi del Servizio Nazionale per Minori (SENAME), istituzione responsabile di bambini, bambine e adolescenti che hanno infranto la legge, o che non hanno familiari o tutori che possano prendersi cura di loro. Si tratta di un’istituzione che in realtà mette in atto pratiche carcerarie e di abuso, tanto che dal 2005 al 2019 ha causato la morte di 1.700 minori residenti. Un aspetto ancora più critico sono le carceri, dove al 13 aprile si sono registrati 24 casi di contagio tra le persone detenute e 59 tra il personale carcerario. Questa situazione ha generato rivolte tra i prigionieri e le prigioniere che esigono l’implementazione di misure per contenere il virus, la cui diffusione è favorita dalle precarie condizioni igieniche e il sovraffollamento nelle celle. Per queste ragioni, le organizzazioni sociali cercano di spingere per far sì che le 2.500 persone arrestate durante la rivolta popolare iniziata in ottobre possano scontare la detenzione preventiva fuori dal carcere. Ancora più critica è la situazione per chi vive in strada, e il numero delle persone senzatetto in Cile arriva a circa 20mila.

Lo spettacolo deve continuare

Data la sua natura imprenditoriale, il governo di Piñera ha annunciato lo scorso 19 marzo un pacchetto di misure rivolte a contenere la situazione, ma ha affrontato la pandemia come se fosse una crisi economica che colpisce un certo anello della catena produttiva, invece che rispondere a una crisi sanitaria in cui il funzionamento reale dell’economia si interrompe. Questo si vede nel fatto che, degli 11,750 milioni di dollari messi a disposizione per la manovra, equivalenti al 4,7% del PIL (Prodotto interno lordo), solo un 35% rappresenta le spese per la salute, il contributo alla cassa delle liquidazioni e il cosiddetto “Bonus Covid-19”. Quest’ultimo consiste in un sussidio a persone che rispondono a certi requisiti, all’interno del 60% della popolazione con il reddito più basso. L’aiuto economico consiste in una sola quota di 50.000 pesos, che secondo i dati del governo raggiungerebbe 1 milione e 600mila persone, ma con l’elevato costo della vita in Cile l’importo diventa totalmente insufficiente per affrontare la pandemia. L’altra grande percentuale del pacchetto economico predisposto dal governo viene consegnata sotto forma di credito alle imprese per garantirgli liquidità, cioè capacità di pagare, e denaro circolante. In sostanza, lo Stato si fa carico del pagamento delle imposte che le imprese devono al fisco per un paio di mesi e poi le aziende dovranno restituire il denaro. Tuttavia, anche se tale credito è senza interessi, non può essere considerato una spesa sociale nell’ambito di una pandemia in cui non c’è produzione e il ciclo economico si interrompe.

Per rendere efficace la misura economica, il governo ha emanato la cosiddetta «legge sulla protezione del lavoro», che accresce la flessibilità del lavoro a scapito della classe operaia. Questa legge consente alle aziende di «sospendere» la relazione di lavoro, congelando lo stipendio e riducendo i contributi previdenziali e per l’assicurazione sanitaria al 50% del reddito. Gli ingressi dei lavoratori arrivano dunque dai conti individuali del fondo per la liquidazione, che consente il pagamento del 70% del salario, ma diminuisce dal 15 % al 10% ogni mese fino a quando l’importo del conto non si esaurisce. Solo a quel punto vengono attivati i fondi assicurativi di solidarietà, che sono finanziati con contributi di aziende e Stato. Inoltre, le società possono «negoziare» con i lavoratori e le lavoratrici la riduzione dell’orario di lavoro, e dello stipendio in proporzione ad esso, integrando il reddito con un 25% proveniente dal loro fondo individuale per la liquidazione. In tutti i casi, la «sospensione» dal lavoro comporta il ricorso ai fondi personali. Queste misure del governo indicano che sarà il mercato a regolare l’impatto della crisi sulla classe lavoratrice, poiché dipenderà dalle imprese decidere se sospendere i contratti (e farsi carico delle spese previdenziali e sanitarie) o semplicemente licenziare.

A questo si somma il fatto che il piano lascia senza alcuna protezione chi lavora in forma precarizzata, cioè non ha un contratto di lavoro né fondo per la liquidazione, e rappresenta il 38,9% della forza lavoro occupata, quasi 3 milioni 600mila persone.

In questo clima, si prevede il fallimento di imprese e licenziamenti di massa, soprattutto nei settori dei servizi come commercio, trasporto, hotel, ristoranti, attività ricreative e professionali, che nel loro insieme danno impiego a più di due milioni di persone nel paese. Seguendo la ricetta neoliberale, lo Stato non interviene nel mercato, nemmeno in tempo di crisi, in cui potrebbe farsi carico dei salari, sospendere il pagamento dei servizi essenziali e dei debiti. In questo senso il governo ha “negoziato” con le imprese la sospensione delle bollette di luce, acqua e telefonia per il 40% della popolazione con meno ingressi. Inoltre, alcune banche hanno prorogato il pagamento dei crediti, ma in diversi casi si tratta di aprire un nuovo credito con tassi di interesse più alti. Sulla stessa linea, il 16 marzo la Banca Centrale ha annunciato l’abbassamento dei tassi di interesse per iniettare liquidità nel sistema finanziario; questo significa che le banche potranno acquisire denaro dalla Centrale con tassi agevolati, con l’obiettivo di offrire crediti più facilmente alle persone e alle imprese. Tutte queste proroghe e nuovi debiti avranno un effetto devastante sul medio termine, soprattutto se consideriamo che un 82% degli anziani sono indebitati, cioè più di 11 milioni di persone in un paese di 18 milioni di abitanti.

A inizio aprile il governo ha annunciato un secondo pacchetto di misure economiche che continuano sulla linea dei fondi in quote e i crediti alle imprese. Si tratta di circa 5 miliardi di dollari che, sommati al primo pacchetto, raggiungono la quota di 16,750 miliardi, ovvero il 6,7% del PIL. Di questo secondo pacchetto, 2 miliardi di dollari saranno utilizzati per i sussidi a chi lavora nell’informalità, che non ha accesso al fondo per la liquidazione. Secondo i dati del governo, la misura aiuterà circa 2 milioni e 600 mila persone appartenenti al 60% della popolazione con reddito inferiore, tuttavia, non ci sono ancora dichiarazioni sull’ammontare dei sussidi o degli aiuti ai lavoratori autonomi. Gli altri 3 miliardi sono destinati al FOGAPE (Fondo di Garanzia per i Proprietari di Piccole Imprese), il cui saldo finale è stimato intorno ai 24 miliardi di dollari. Questo fondo è utilizzato per fornire garanzia statale ai crediti a cui accedono le società, che in tempi di incertezza economica aumentano il rischio di non riuscire poi a pagarli alle banche. Di fronte a questa possibilità, lo Stato si fa carico fino all’85% del debito nei casi di inadempienza. Cioè si finanzia con denaro pubblico il rischio d’impresa e l’eventuale salvataggio della banca.

Questo panorama riapre il dibattito sui fondi pensionistici e sulla possibilità di usarli per fare fronte alla pandemia. Davanti alle proposte di utilizzare il 5% di questi fondi per chi ne ha più bisogno, il governo ha rifiutato categoricamente. Allo stesso tempo, marzo ha chiuso con le maggiori perdite nella storia dei fondi pensione, perché nel sistema pensionistico privatizzato cileno le aziende che gestiscono i fondi (AFP) li investono sul mercato finanziario, che ha visto forti cadute a livello mondiale a causa del virus. Secondo le stesse cifre fornite da AFP, i fondi pensione hanno perso a marzo quasi 25.000 milioni di dollari, equivalenti al 10% del PIL. Di fatto, investono i soldi delle pensioni della classe lavoratrice per fare affari, e ora che stanno andando male, condividono le perdite.

Stiamo vivendo un nuovo attacco neoliberista nel pieno della pandemia, dove lo shock viene usato per imporre misure economiche di salvataggio statale alle banche e alle imprese, ma non per rispondere alle esigenze della popolazione. Allo stesso tempo si prova a nascondere tutto questo con la «solidarietà» dei grandi gruppi economici che hanno creato a fine marzo il cosiddetto «Fondo Privato d’Emergenza per la Salute», con cui si cerca di raccogliere 50 miliardi di pesos e donarli per le spese della sanità pubblica contro il coronavirus. A questo si aggiungono i loro «disinteressati» contributi alla festa d’affari di Telethon che si è tenuta ai primi di aprile.

Mutazioni nel virus del capitale

Il capitalismo ha dimostrato nel corso della sua storia continui cicli di crisi e nuovi aggiustamenti, che gli sono connaturati. L’attuale crisi, a causa della sua dimensione globale, consente la sperimentazione di nuove e vecchie forme di controllo e militarizzazione, che potrebbero estendersi oltre lo Stato di Catastrofe attualmente in vigore. Nonostante le accuse statunitensi contro la Cina che avrebbe nascosto e manipolato il numero di contagi e morti per il coronavirus, la ricetta della sorveglianza digitale e del controllo totale che ha imlementato si diffonde ora come un modello per affrontare la pandemia. Il metodo cinese per frenare il virus, basato su uno stato centralizzato, si è mostrato più efficace del liberalismo occidentale – ora più colpito della stessa Cina – riproponendo le teorie della gestione statale dei capitali. Il sistema capitalista mondiale è in recessione e per riattivarsi adotterà la stessa strategia usata durante la crisi del 2008: salvataggi statali di banche e società finanziarie, emissione di crediti per ossigenare il sistema. L’attuale crisi aumenterà i livelli di disoccupazione e diseguaglianza, i debiti fiscali saranno pagati con tagli sociali e ulteriore precariato per la classe lavoratrice, che finirà nuovamente per pagare il prezzo della crisi.

Epidemia anticapitalista

Le dure conseguenze che la pandemia infliggerà alle classi oppresse potrebbero portare a una radicalizzazione del ciclo di lotte iniziato nel 2019 in diverse parti del mondo. Nel caso cileno, la pandemia ha trovato un popolo con grande capacità di articolazione nei quartieri e tra assemblee, costruita durante cinque mesi di rivolta. Questa rigenerazione del tessuto sociale si delinea come la chiave per comprendere le forme di solidarietà e aiuto comunitario che si stanno già moltiplicando in diversi territori.

In parallelo, a livello simbolico, il governo non manca di riaprire vecchie ferite con il progetto di una «legge umanitaria» che, sebbene cerchi di garantire che le persone anziane possano scontare le loro condanne in casa, include tra i possibili beneficiari i militari assassini, torturatori e violatori dei diritti umani della dittatura, che attualmente scontano la pena in carceri speciali. Da parte sua, la magistratura ha approfittato del silenzio nelle strade per assolvere otto imputati per violazioni dei diritti umani commesse durante la dittatura, oltre a ridurre a tre anni e un giorno la condanna di altri nove, a cui è stato anche concesso il beneficio della libertà vigilata. Quest’uso perverso dello shock da parte dello Stato ha assunto tinte di provocazione con la visita di Piñera a Piazza Dignità all’inizio di aprile, dove si è fatto fotografare in posa nell’epicentro della rivolta di Santiago e ha provocato un’ondata di indignazione da parte della popolazione.

L’atomizzazione sociale causata dalla pandemia dovrà essere combattuta con il recupero delle piazze e l’ingresso in una nuova fase della rivolta, e si dovranno affrontare difficili battaglie ideologiche di fronte al «plebiscito costituente» posticipato a ottobre, che da parte del potere si mostra come la migliore carta da giocare per contenere la protesta popolare iniziata nel 2019.

La nostra scommessa è dare continuità alle lotte iniziate e progettare alternative che puntino a superare il principio di autorità, base della civiltà attuale e origine del dominio patriarcale, della divisione tra classi sociali e della separazione dell’umanità dalla natura, tutti fattori che ci hanno portato agli attuali livelli di saccheggio ecologico e all’emergere di nuovi virus che mostrano il circolo vizioso della pandemia capitalista.

Assemblea Anarchica del Bio-bío

Cile, aprile 2020

biobioanarquista@riseup.net

Un comentario sobre “Il coronavirus nella culla del neoliberismo – Analisi di contesto a cura dell’assemblea anarchica del Bio-bío

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